Doppio
me
Una
pozza d'acqua, un vetro o uno specchio. L'immagine impressa per chimica o per
ricezione di bytes. Il doppio è un concetto classico e quanto mai attuale.
Osserviamo, scrutiamo e guardiamo. Poi scattiamo. Rappresentiamo un soggetto:
paesaggio, oggetto inanimato o umano. Rappresentiamo, interpretiamo il reale,
decontestualizziamo una parte di esso. Con la luce disegniamo o scriviamo.
Diamo forma a una idea. La incanaliamo all'interno di un processo mentale e poi
fisico, tutto teso a realizzare un oggetto-referente, che materialmente terremo
tra le mani. Le nostre mani che muoveranno verso il viso asciugando le lacrime
che bagnano le gote scorrendo in rivoli sulla pelle asciutta. Lacrime
richiamate al mondo esterno da un sorriso appena abbozzato o dallo sguardo di
una persona cara, troppo cara, per essere dimenticata dopo la sua dipartita. La
morte, imperniata del concetto del doppio oltre che doppio essa stessa, è un
vuoto di presenza che riempiamo con una immagine. Attraverso cui la relazione
con il soggetto assente si perpetua oltre la morte.
Affermazione
del sé
Il ritratto per lungo
tempo è stata la pratica che ha permesso a molti fotografi di vivere di
fotografia: per molti oggi è un modo di affermare la propria esistenza. Il
selfie è un modo di vivere, non solo una foto o un modo di farsi un
autoritratto (!). Il selfie è vita condivisa, va oltre l'azione del fotografarsi;
è un urlo sordo: sono qui e sono vivo. Molto meno che un pensiero. Non parliamo
di riflessione, no e ancora no. Io non penso, scatto. Condivido e alimento la
bulimia mediatica mia e degli altri affamati come me di immagini a basso
contenuto narrativo.

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